Benvenuto Risorse Blog Approfondimenti Rischi, resilienza e narrazione: il sistema sanitario italiano secondo Fabrizio d’Alba

Rischi, resilienza e narrazione: il sistema sanitario italiano secondo Fabrizio d’Alba

Fabrizio d'Alba

Cosa percepiscono davvero i professionisti della sanità italiana quando guardano ai rischi del loro sistema? Il Rapporto Prospettico Relyens “Rischi e opportunità per le strutture sanitarie in Europa” analizza la percezione del rischio clinico in Europa offrendo una fotografia      dello stato di salute del Servizio Sanitario Nazionale, analizzato attraverso gli occhi di chi lo governa e di chi lo abita ogni giorno. Presentato a Milano il 4 marzo 2026, in occasione dell’evento dedicato ai 10 anni di Relyens in Italia, lo studio ha aperto un confronto tra decisori pubblici, manager sanitari e professionisti del settore sui principali dati emersi, mettendo in relazione le evidenze italiane con il più ampio scenario europeo.

Per commentare i dati e offrire una lettura di governance, abbiamo parlato con  Fabrizio d’Alba, presidente di Federsanità e direttore generale del Policlinico Umberto I di Roma: una figura di riferimento nel panorama istituzionale sanitario italiano, che ci ha offerto una visione capace di unire la prospettiva della direzione strategica all’osservazione diretta delle dinamiche organizzative.

Quello che emerge è un quadro complesso, in cui le fragilità strutturali del sistema convivono con risorse e potenzialità ancora poco valorizzate. Un sistema, come lo chiama d’Alba, che per funzionare bene ha bisogno non solo di risorse, ma di una narrazione diversa e di una governance sempre più orientata al cambiamento.      

Equità di accesso in un sistema che non è ancora uguale per tutti

Parlare di sistema sanitario nazionale significa confrontarsi con una realtà profondamente disomogenea. Per d’Alba, presidente di Federsanità, la griglia dei Livelli essenziali di assistenza sanitaria (LEA) è uno specchio a macchia di leopardo:

“alcune regioni rispettano gli standard, altre no, e anche tra quelle che si posizionano
 sopra la soglia minima esistono differenze significative”.

 Il risultato è un panorama non armonioso, tra best practice eccellenti e casi critici.

Le disparità non sono solo geografiche tra Nord e Sud, tra aree urbane e rurali, ma attraversano anche i setting assistenziali: accesso alle cure domiciliari, alla lungodegenza, all’urgenza. E dove i professionisti mancano, come nella medicina d’emergenza, il rischio di standard disomogenei cresce: d’Alba individua un meccanismo circolare difficile da spezzare, poiché:

“strutture virtuose inserite in sistemi virtuosi funzionano meglio, mentre in contesti meno performanti anche le realtà singolarmente valide faticano a crescere”.

Una dinamica che tende ad autoalimentarsi e che, oltre a incidere sulla qualità delle cure, può alimentare la sfiducia dei cittadini e la conflittualità legale verso le strutture.

A queste disomogeneità si affianca un ulteriore fattore trasversale, che incide in modo diretto sulla tenuta complessiva del sistema.

Il rischio trasversale e comune della carenza di personale e burnout

Il dato emerso dall’indagine è inequivocabile: il 42% dei professionisti si sente impreparato di fronte alla carenza di personale e alla sindrome da burnout. Per d’Alba questo non è solo il rischio più urgente, è quello che condiziona la tenuta dell’intero sistema.

“Tutte le altre linee di investimento trovano il limite nell’impossibilità di avere professionisti che mettano in esercizio queste attività”.

sottolinea a commento del dato, evidenziando come la diagnosi di questo percepito vada oltre la semplice questione retributiva.

“Le professioni sanitarie, che dovrebbero attrarre per vocazione, hanno perso reputazione sociale e competitività economica rispetto ad altri settori. Ma il problema più profondo riguarda il disallineamento tra l’organizzazione attuale delle aziende sanitarie e le aspettative delle nuove generazioni. i giovani già in sede di colloquio mettono i soldi al quinto posto: il primo è la qualità, l’equilibrio vita-lavoro”.

Un cambio di paradigma che le organizzazioni sanitarie     faticano ancora ad intercettare, soprattutto in uno scenario che muta in continuazione per l’innovazione tecnologica.

L’intelligenza artificiale come opportunità, ma con dei rischi da non sottovalutare

Secondo quanto riportato dal Rapporto Prospettico, il 36% degli intervistati dichiara di sentirsi impreparato rispetto all’affidabilità dell’IA e dell’automazione;    d’Alba, invece, vede nell’intelligenza artificiale una leva strategica per contrastare la carenza di risorse, ma mette in guardia da un approccio gestionale che     potrebbe comprometterne     il valore: una eccessiva focalizzazione sull’efficientamento dei processi produttivi rischia di trasformare la tecnologia in uno strumento per moltiplicare le prestazioni, anziché per restituire tempo e qualità al lavoro clinico. È quindi necessario      adottare visione strategica, olistica,     e, soprattutto, lungimirante.

“L’intelligenza artificiale ci serve se riesce a dare spazio e tempo al medico per fare le  attività di valore aggiunto: le diagnosi, le attività di relazione, il team building se si trova in posizioni apicali.  Se non riusciremo a recuperare e valorizzare il tempo, la concentrazione di valore, le competenze e le eccellenze, avremo perso un’opportunità che la tecnologia ci dà”.

Il rischio nascosto: i giovani medici e il deficit di competenza critica

Esiste inoltre un secondo rischio, ancora meno discusso, connesso all’utilizzo dell’intelligenza artificiale e dell’automazione dei processi, e che rischia di impattare sul valore umano e di competenza dei professionisti del settore.

“I giovani medici oggi entrano nel sistema con un bagaglio di competenze cliniche differente
     rispetto ai loro colleghi di quindici anni fa.  Ecco che essere inseriti in contesti in cui le macchine gestiscono quote crescenti del lavoro diagnostico, comporta un rischio di non sviluppare quella capacità critica e valutativa che costituisce il margine professionale irriducibile“.

Spiega d’Alba, e aggiunge:

“in assenza di esercizio e competenze pregresse, questo diventa un rischio che espone in maniera importante i professionisti e le organizzazioni”.

Una dimensione ampia in cui si inserisce anche la percezione del rapporto tra sistema sanitario e cittadini.

La formula di Federsanità, la “contronarrazione” per combattere sfiducia e disinformazione

Tra i dati più eclatanti emersi dal Rapporto Prospettico Relyens, a spiccare è un rischio connesso alla percezione: il 67% dei professionisti vede la disinformazione e la sfiducia dell’opinione pubblica tra i principali rischi per la sicurezza del paziente. Un numero allarmante che d’Alba però sceglie di leggere in chiave strategica, non solo reputazionale. Il problema, spiega infatti, non può concentrarsi solo nella correzione delle fake news:

“Lo snodo centrale è che il sistema sanitario sta chiedendo ai cittadini un cambiamento radicale di comportamento: passare dall’ospedale al territorio, dalla visita ambulatoriale alla telemedicina, in un contesto di fiducia messa a dura prova.      Stiamo chiedendo al soggetto di cambiare paradigma, e per farlo dobbiamo essere affidabili e credibili ai suoi occhi. In un contesto di sfiducia nel sistema sanitario nazionale, questa rappresenta una sfida particolarmente complessa”.

Da qui l’iniziativa strutturata di Federsanità:

“Da alcuni anni abbiamo messo al centro il tema della contro-narrazione. Non significa soltanto contrastare le falsità: significa narrare quanto di buono c’è nel Servizio Sanitario Nazionale, perché in termini di valore esprimiamo cose che in altri Paesi non esistono. Best practice che però restano conoscenza di chi ne usufruisce, mentre l’opinione pubblica percepisce quasi esclusivamente i pronto soccorso sovraffollati e le liste d’attesa”.

Una narrazione appunto, da invertire, coinvolgendo tutti gli attori, inclusi i professionisti stessi per arginare una deriva che mina dall’interno la credibilità del sistema nel momento in cui ne avrebbe più bisogno.

Governance del rischio clinico e ospedali del futuro

Vi è un altro dato che merita una riflessione specifica, ovvero il divario di percezione tra dirigenti e personale sanitario sul tema degli errori medici –  35% contro 60% di preoccupazione per burnout e carenza. Un gap che secondo d’Alba riflette una dinamica strutturale:

“I medici vivono in modo diretto la connessione tra errore, responsabilità e vertenzialità legale, mentre le professioni sanitarie non mediche percepiscono ancora poco quegli spazi di autonomia professionale a cui è associata la responsabilità”.

Questo però è destinato a cambiare: la riforma in corso delle professioni sanitarie amplia infatti gli spazi di autonomia e, con essi, la percezione del rischio. Ma d’Alba individua anche un problema di leadership su cui dovranno essere i dirigenti stessi delle organizzazioni a doversi soffermare:

“Probabilmente noi non siamo in grado di far arrivare a tutti i livelli dell’organizzazione la centralità del tema della gestione del rischio. Questa è una responsabilità che ci dobbiamo prendere, e un impegno da continuare ad assumere”.

Dal DM 70 al DM 77, come ridefinire il ruolo dell’ospedale nella rete territoriale

Sul futuro degli ospedali, la posizione è netta: devono diventare luoghi di alta specializzazione e hub digitali per la gestione da remoto dei pazienti, snodi di competenza tecnica e relazionale con la sanità territoriale. Il DM 70 e il DM 77 hanno già tracciato la rotta dove la presa in carico è compito del territorio, l’acuzie resta all’ospedale. Quello che oggi ancora manca è la coerenza nell’attuazione:

“È necessario ripensare il ruolo delle strutture che non riescono a garantire standard adeguati      ma ogni nodo della rete (nazionale, sovraregionale, di prossimità) deve avere la propria dignità e funzione”.

Una riforma che riparte dalla consapevolezza

Oggi il sistema sanitario nazionale si trova ad affrontare      diverse sfide, ognuna delle quali porta con sé      opportunità ma anche nuovi livelli di complessità     , In questo contesto, il binomio      tra sostenibilità e consapevolezza diventa un elemento imprescindibile      per tutti gli attori coinvolti: istituzioni, professionisti, strutture e cittadini.      

La sostenibilità del sistema sanitario italiano passa, per D’Alba, da tre assi interconnessi: integrazione tra politiche sanitarie e sociali, revisione realistica dei LEA e riduzione della domanda impropria.

Ma la condizione abilitante resta      quella di un cambio di prospettiva temporale nella contabilità pubblica:

“Le azioni di sostenibilità hanno effetti nel medio-lungo periodo, mentre la logica di bilancio ragiona sul breve. Un disallineamento strutturale che rischia di ostacolare l’attuazione di riforme organiche  , a prescindere dalla volontà politica”.

Un tema che interseca direttamente quello della governance dei sistemi sanitari regionali e del finanziamento del SSN.

“Se ogni persona avesse coscienza che una prestazione chiesta senza reale necessità toglie risorse a qualcun altro, il sistema ne trarrebbe grande beneficio”.

il problema, come ripete d’Alba, è che spesso il grande valore aggiunto rimane invisibile.

“Diventa quanto mai urgente valorizzare i punti di forza del nostro Sistema, che forma professionisti di altissimo livello, offre prestazioni di qualità con risorse pro capite inferiori alla media europea, e possiede aree di eccellenza che altri Paesi non riescono a eguagliare. Elementi che restano invisibili ai più, e definiscono un sistema che fatica ancora a raccontarsi pienamente”.


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